mercoledì 13 luglio 2011

Progettare un laboratorio


La parola laboratorio deriva dal latino labor che letteralmente significa lavoro, fatica.
Ci può quasi far sorridere pensare, nell'allestimento di un laboratorio, a dover progettare per i bambini un luogo dove spronarli a lavorare, a fare fatica! La fatica è intesa come lavoro manuale, come sforzo del fisico che si deve attivare per fare, creare, costruire qualcosa di particolare.
Fisicamente allora si “suda”...questo significa che quindi nel frattempo la mente si riposa? Tutt'altro! Io credo che nel vero fare laboratorio la mente lavori quasi più del corpo, solo in maniera inconscia e silenziosa e chi lavora e opera impegnandosi fisicamente tanto più si dimentica di…, quanto più è costretto a… usare la mente!
Fatica del corpo equivale a fatica mentale. Quindi, nella pratica, che cosa deve essere un laboratorio?

Nelle scuole primarie (a tempo pieno soprattutto) si sente parlare spesso di laboratorio. Laboratorio di pittura, laboratorio musicale, laboratorio scientifico, sono tutte tipologie già presenti (anche se talvolta non proprio funzionanti) nell’assetto generale di questo tipo di scuola.
Il termine laboratorio è legato principalmente a due ambiti del sapere specifici: la scienza e le arti. Un laboratorio scientifico è, nell'idea comune, un luogo in cui le teorie della scienza possano essere messe alla prova e dimostrate tramite seri e rigorosi esperimenti. Un laboratorio artistico (pittorico, musicale, grafico, …) invece è visto come un luogo che assolutamente non ha nulla di rigoroso e presuppone un libero sviluppo di creatività e fantasia.
 
Si sente parlare molto poco di laboratori matematici o linguistici oppure storici o geografici, quasi che queste discipline abbiano il vanto di essere così teoriche che lavorando con esse sia impossibile “sporcarsi le mani” con qualsiasi tipo di attività pratica. In realtà non è così...e ne riparleremo!
Laboratorio è, comunque, nelle idee dei bambini, un momento molto piacevole, aggregante, coinvolgente, in cui (finalmente) si andrà a fare qualcosa che non è per forza quello che ha stabilito la maestra! (Tuttavia ci sono limitazioni anche in questa idea: succede meno per le attività artistiche, ma quando si parla di laboratorio di scienze può capitare, anche nei nostri personali ricordi, di avere in mente un insegnante che, davanti ad alunni immobili, svolge alcuni esperimenti in maniera assolutamente individuale, non permettendo a questi ultimi né di intervenire, né di aiutare, né tantomeno di toccare i preziosissimi e costosissimi strumenti scientifici che la scuola tiene ben chiusi in un armadio sotto chiave!).
Alla luce di tutto ciò è dunque naturale e lecito porsi delle domande sul modo di pensare i laboratori già presenti nella realtà scolastica attuale. Sono realmente laboratori? O semplicemente tendono ad esserlo?
Oppure, come spesso accade, si tratta semplicemente di aule diverse da quella di tutti i giorni in cui sono riposti materiali e strumenti più specifici?
Nei laboratori si comunica con più linguaggi? Si entra veramente in relazione con gli altri? Si promuove l'autonomia personale degli alunni? È permesso ai bambini di fare da sé e costruire insieme agli altri prodotti che creino nuova conoscenza? È davvero consentita l’esplorazione e la sperimentazione di nuove possibilità? Viene stimolata la fantasia e la divergenza nei diversi stili di pensiero?
Se pensando ad uno qualsiasi dei nostri laboratori la risposta a una di queste domande è no, forse è il momento di mettersi a riflettere che cosa significhi progettare e fare un laboratorio.
Nella mia (seppur breve) esperienza lavorativa ho più volte seguito e condotto vari tipi di laboratorio, sia con i bambini, sia in Università, prima da studentessa ed ora da “tutor” agli attuali studenti di Scienze della Formazione Primaria, i futuri insegnanti.
Non so se i laboratori da me predisposti, costruiti e condotti abbiano sempre risposto in maniera affermativa alle precedenti domande. Proverò ad analizzare in particolare una situazione tra queste, per capire meglio che cosa ho fatto e che cosa dovrebbe essere migliorato.
Negli anni ho condotto laboratori di pittura, di arte a partire dal riciclo di materiali, laboratori musicali, linguistici, informatici, laboratori di astronomia, di materie scientifiche e in particolare di fisica e anche laboratori di ambito matematico (strano ma vero: anche la matematica può farci “usare le mani”!). Ma in realtà mi sono sempre chiesta quale tra i miei laboratori fosse quello esclusivamente artistico o esclusivamente linguistico, o matematico o scientifico! 
Credo che un aspetto centrale, un'idea chiave del progettare un laboratorio sia il pensare alla conoscenza. Il sapere viene forzatamente settorializzato a scuola tramite la scansione/divisione in discipline che appaiono ciascuna indipendente dalle altre. Questo porta i bambini a “pensare rigidamente per materie” (tanto più che matematica è tutt'altra cosa rispetto alla geometria! Guai a chi le confonde!). In realtà le conoscenze sono tutt'altro che disciplinari! Per esempio, in una terzina dantesca (letteratura italiana) è presente una certa metrica (musica) e quindi una certa misura (geometria) e un certo valore dei numeri (matematica), così come una certa grammatica (italiano) e un certo senso estetico (arte), determinato dal periodo storico (storia) e geografico (geografia) in cui lo scrittore è vissuto. E questo è solo un banalissimo esempio!
Il laboratorio è il luogo in cui più diventa chiaro il legame tra tutti gli ambiti del sapere, perché costruendo, distruggendo, manipolando, creando e lavorando a stretto contatto con la conoscenza, si arrivano a scoprire tutti i suoi legami e le sue connessioni tra le varie parti percepite come settoriali.
Per fare questo è necessario fornire esperienze vere ed essere aperti al massimo alle proposte e alle domande dei bambini che sicuramente, in un lavoro di scoperta vera, affioreranno.
Il laboratorio permette, come abbiamo visto, di agire con il corpo e con la mente. Ma come fare a predisporre per i nostri bambini occasioni vere di attività e di conoscenza? Fondamentali diventano, secondo me, alcuni aspetti:
  • predisporre l'attività in modo che sia fatta di momenti sperimentali, in cui i bambini (loro, non l'insegnante) possano agire in prima persona sulle cose e sulle idee;
  • permettere a tutti i bambini di operare con gli stessi strumenti e le stesse possibilità, in modo da poter rendere ciascuno partecipe vero dell'esperienza;
  • creare situazioni di confronto, negoziazione, discussione e conflitto di punti di vista per rendere ciò che si sta facendo veramente occasione di conoscenza e scambio tra i bambini;
  • aprirsi alle proposte e alle richieste dei bambini trasformando e plasmando di volta in volta le attività (che diventano così multidisciplinari) e rendendosi flessibili a qualsiasi tipo di cambiamento (ovviamente bisognerà essere sinceri con i bambini per quanto riguarda la propria conoscenza: gli insegnanti non sono né dei tuttologi né onniscienti, per questo qualsiasi spunto dovrà essere sviluppato e rivisto con e insieme a loro. In questo modo l'insegnante si mette per certi momenti sullo stesso piano dei bambini e dimostra loro che chiunque, anche gli adulti, sono in una fase di continuo apprendimento);
  • contribuire nel dare la stessa dignità a ciascuna disciplina, mostrando i collegamenti tra di esse e promuovendo la loro scoperta vera: anche le discipline più “rigorose” possono essere semplici e flessibili; anche le discipline considerate meno importanti possono avere risvolti fondamentali e inaspettati a confronto con le altre;
  • rendersi conto che per fare esperienze importanti non servono materiali e strumenti “importanti”: spesso anche materiale povero o di riutilizzo può essere utilissimo per lavorare su concetti complessi dal punto di vista teorico (e nel frattempo si insegna ai bambini a riciclare!);
  • non pretendere prodotti predefiniti e statici dai bambini, ma lasciarli sperimentare per sviluppare la loro fantasia ed originalità: accettare le varie proposte creative e non valutarle in maniera univoca.
Il fare-laboratorio è necessariamente legato al gioco. Anche nelle situazioni di gioco i bambini abitualmente sperimentano liberamente, predispongono più o meno autonomamente spazi, tempi e materiali (spesso anche non strutturati), sviluppano la loro creatività, fantasia ed originalità, fanno esperienze che li portano ad imparare, ad acquisire nuove conoscenze ed abilità. Per progettare un laboratorio è necessario dunque che l'adulto pensi a predisporre una o più situazioni di gioco-strutturato.
Il gioco-strutturato, finalizzato al raggiungimento di uno o più obiettivi e quindi organizzato e predisposto tramite materiali specifici, spazi e tempi da parte dell'insegnante, è una modalità molto stimolante e vicina al vissuto abitudinario dei bambini e permette loro di imparare nel modo “più naturale” possibile, cioè nella maniera in cui di solito i bambini imparano: senza accorgersi.
Le ore di scienze sono quelle che già per “deformazione” più delle altre dovrebbero avvicinare i bambini al gioco, perchè il gioco è sperimentazione attiva, è osservazione, è lavoro pratico in gruppo, è “fare finta che...”, esattamente come ciò che fa uno scienziato mentre elabora e poi testa le sue ipotesi. 
Collegandomi proprio alle discipline scientifiche, cercherò ora di raccontare, nei miei successivi post, un'esperienza molto elaborata ed interessante (almeno a mio parere!) di laboratorio, che ha coinvolto la mia classe terza nell'anno scolastico 2009/2010 per quasi un intero quadrimestre. Il titolo di questo lungo ed “estroso” progetto laboratoriale ludico-scientifico è: “Ci manca una rotella!”. Passerò ora a raccontarla in diverse fasi successive.

2 commenti:

  1. Riporto il commento di Deborah:

    "L'ideale sarebbe non aver nemmeno più bisogno di parlare di laboratori: l'approccio all'apprendimento dovrebbe essere ...sempre una scoperta tramite indagine da parte del bambino o il rischio che si corre è che si pensi che l'imparare divertendosi sia prerogativa di limitate esperienze a pacchetto proposte dall'iniziativa dell'insegnante.
    Quello che dici è sacrosanto: non ha più senso parlare di discipline in maniera separata, perché la comprensione del mondo non è frammentabile in semplici pacchetti: spazia in tutti i campi; eppure continuiamo ad avere il quaderno giallo per matematica, quello verde per geometria, quello rosso per grammatica e quello blu per produzione...
    Insegnare in questa nuova ottica è difficile e richiede uno sforzo enorme di progettazione da parte degli insegnanti e di disponibilità al cambiamento, ma se vogliamo davvero che sia un apprendimento per la vita e non per il voto della verifica è necessario che ci diamo una mossa. :)"

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  2. Vivamente consigliato:
    A quegli insegnanti o dirigenti scolastici che ancora pensano che le materie scolastiche siano fine a se stesse e non uno dei tanti tasselli di un'unica Conoscenza.
    A quelli che "dall'alto della cattedra" (tronfi) pensano che i ragazzi debbano solo ascoltare o guardare (e la partecipazione, la domanda inaspettata, lo sporcarsi le mani...?).
    A quelli che non sanno mettersi in gioco, che non ricordano come si vedono le cose ad un metro e mezzo (anche meno) d'altezza, che "santificano" il libro di testo e viaggiano con "il pilota automatico".
    E a quelli che credono che l'insegnamento sia un lavoro come un altro necessario necessario solo per portare la pagnotta a casa.

    Ma dov'è la passione, il trasporto, il senso di responsabilità verso il futuro delle giovani menti?
    Beh! Qui queste cose le ho viste.
    Non complimenti ma grazie.
    Un salutone
    Marco

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